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Ricordi di
DAN IANNUZZI

Così sognava la vita, così ha affrontato la morte

di padre Benito Framarin

Doveva avere 36 anni, quel maggio dell'anno 1970, quando gli ho stretto la mano presentandomi "padre Benito Framarin". "Sono Dan lannuzzi" ha risposto con vitalità. Ho dato allora, un'occhiata a quel figurino asciutto, con una discreta dose di riservatezza.

La sua era una storia di emigrazione dall'Italia iniziata con i genitori in Québec, anni prima dell'ultima guerra. La sua storia era in quegli anni, un tri-settimanale di 16 pagine sulle spalle e tanta voglia di fare, insieme ad altrettanto rischio.

Già da allora Dan lannuzzi veniva chiamato "il bel tenebroso", per il suo carattere schivo, l'introversione negli atteggiamenti, l'asciuttezza delle espressioni e quella parvenza di alterigia che non era altro se non barricata alla sua sensibilità.

Certamente il Padreterno l'ha conosciuto bene: la sua empatia, il piglio collerico, le intuizioni che si affacciavano in lui insieme a quei silenzi e a quello sguardo freddo che tentavano di acquietare i tanti perché e i ricorrenti rischi della vita. Tutto qui era Dan Iannuzzi: quegli occhi intensi, quei silenzi che ti interrogavano, quel rischio senza mai dire basta. Così amava la vita Dan Iannuzzi; così adorava quel suo respirare che sono soprattuto amare, e insieme sfidare le giornate da vivere, nel proposito di tirare fuori qualcosa per cui valga la pena di esistere.

Il Canada in quegli anni, fine '70 e primi '80, oltre alle emigrazioni da tutti i continenti e il regno liberale di Pierre Trudeau era un cantiere dappertutto. Il Canada prendeva il largo dal "Dominion". Nel suo daffare in quegli anni, Dan Iannuzzi, tentava la vita politica e rischiava un canale televisivo... Penso questi siano stati i suoi limiti. Non ha mai avuto un taglio dell'arringatore; il megafono non si addiceva a Iannuzzi. Non si era accorto sufficientemente poi, che per un Canale Tv, era giocoforza un entroterra di esperti e un potere economico oltre i limiti consueti. A fallire più che le sue intuizioni di "uomo nuovo", è stato 1'entourage di mezza taglia e la mancanza di potentati in alto loco.

Dan lannuzzi era un uomo di pochi amici; invitava pochissimi a casa sua. Non so se perché fossi prete, può darsi per le settimane trascorse a Roma durante gli incontri di emigrazione e sulla "carta stampata", la dimestichezza con lui è diventata penso amicizia. È stato lui a parlarmi delle sue donne, dei mai finiti "aggiustamenti" con chi ti trovi vicino tutti i santi giorni, del rifiuto verso ogni essere umano e della compassione verso gli stessi. Mi suggeriva che se Dio è amore, quell'amore doveva essere soprattutto compassione. Ricordo di essere stato una sera al cinema con lui, in piazza Esedra a Roma. Era un film alquanto sporco, che per noi due si è subito dopo trasformato in una prolungata conversazione sull'equilibrio instabile dell'essere umano, sulla fragilità di ciascuno di noi, combattuti - come siamo - fra ragione e sentimenti. Quella sera ricordo bene, tutti e due ci siamo imbarcati su "cosa e quale" potessero mai essere i criteri validi di onestà e di equilibrio.. presi come siamo, dalla vita di oggi, dalle tasse, dal gioco di potere, dalle banche... già da quello che ti senti dentro, e che i tuoi genitori ti hanno messo in corpo da bambino e che finisce per essere il tuo clima naturale di vita.

Una volta tornato in Italia a metà degli anni '80, non ho mai perduto di vista Dan Iannuzzi. Sua moglie la signora Elena aveva la coiffeuse sulla strada dove da anni aveva residenza il convento della mia comunità e il figlio di lannuzzi, Michele, si era iscritto, ad Architettura in Piazza Borghese, non più di 300 metri dalla stessa comunità. Gli incontri si trasformavamo in un ritrovarsi felice, un andare a cena dove fra una portata e l'altra si ammucchiavano i ricordi su Toronto, sui giornalisti del Corriere Canadese, sulle nuove sfide volute da Dan con settimanali stampati in diverse lingue.

Sembrava quasi una preoccupazione quella di Dan Iannuzzi, quando ci trovavamo appaiati in quelle serate: iniziava sempre con la salute del Papa, ricordava il cardinale Ambrozic, mi riproponeva gli anni in cui veniva pubblicato il settimanale religioso Il Samaritano, eppoi scavava, sul perché Iddio si fosse interessato degli uomini, sul peccato come un'imboscata fatta a Dio («i peccati veniali non esistono, - diceva - sono solo i nostri limiti, che preferiremmo non avere»); mi ha fatto più di una riflessione sulla professione delle persone come preghiera. È stato proprio all'ospedale San Giacomo a Roma, due settimane prima di andarsene, a svelarmi la sua coscienza di ragazzo e la sua statura di uomo maturo. Non aveva paura della morte e capiva di affacciarsi sull'aldilà. Diceva di aver sbrigato tutte le sue faccende sulla terra, anche se i rimasugli non mancavano. Ha preso tempo con me per avviarsi ad una preghiera e dirmi con un sorriso che per Iddio, la morte è sempre una "apertura di pagina", nel giornale della vita eterna.

 

CIAO PRESIDENTE

Di Nicola Sparano

In pubblico l'ho sempre chiamato "mister Iannuzzi", in privato "boss". Lui rispondeva chiamandomi, chissà perché, "dottore". Lo conobbi nel 1968, quando avevamo entrambi molti anni, e parecchi chilogrammi, in meno. Lui aveva i capelli tagliati corti e le basette lunghe, come si portavano in quegli anni. Indossava preferibilmente una giacca a quadrettini bianchi e neri mentre ai piedi calzava scarpe sempre lucidissime, a punta lunga. Io ero un giovanottello senza arte né parte, lui era nel mezzo della sua vita, già uno dei punti di riferimento di una comunità in costante crescita alla quale avrebbe dato anche la tv e un posto importante e rispettato nel tessuto della società canadese.

La tv è stato il suo sogno, ma la sua vita è stata il Corriere Canadese.

Mister Iannuzzi, il mio boss, è morto alla fine dell'anno che ha segnato il 50esimo anniversario di fondazione del giornale. È una coincidenza struggente, incredibilmente triste.

Alla famiglia Iannuzzi vadano i sensi del più profondo cordoglio di noi tutti giornalisti del Corriere Canadese e di tutti gli impiegati, operai e dirigenti delle aziende create da Dan Iannuzzi e riunite sotto l'ombrello della Multimedia Nova Corporation: Ciao Radio Corriere 530am, Correo Canadiense, Town Crier, Tandem (l'edizione del weekend del Corriere Canadese), Insieme, NewsWeb e Nove Ilhas.

Good bye mister Iannuzzi. Addio boss. Ci mancherai.

 

Aveva Capito Prima di Tutti
Di Angelo Persichilli

Un imprenditore, un politico, un idealista. È difficile parlare di Dan Iannuzzi in quanto egli cercava di conciliare queste tre caratteristiche che sembrano, a prima vista, inconciliabili.

Era un imprenditore che è riuscito a mantenere viva per oltre 50 anni una attività commerciale difficile da gestire anche per chi ha alle spalle appoggi politici ed economici. Contemporaneamente, attraverso il Corriere Canadese, ha promosso altre attività ed aziende contribuendo alla crescita economica di questa nazione e della comunità.

Era un politico: quando si gestisce un giornale, la politica diventa parte integrante della tua attività. Un politico che comunque non aveva sposato alcun partito. Aveva avuto contatti con il Partito Conservatore, ma era vicino ai liberali. I ministri del governo Trudeau, Turner e Chrétien erano di casa al Corriere. Ma non era lontano nemmeno dall'Ndp. Non è un caso che il Corriere Canadese, rigorosamente neutro durante le campagne elettorali, ha preso posizione ufficiale una sola volta.

Accadde durante la campagna elettorale provinciale del 1987, quando appoggiò ufficialmente l'Ndp di Bob Rae.

Ma le posizioni di Dan Iannuzzi non erano su basi ideologiche, bensì culturali.

Quando la politica mondiale e nazionale si combatteva su posizioni di destra o di sinistra, socialismo o capitalismo, Dan Iannuzzi aveva capito, prima di tanti altri, che il dibattito si doveva spostare sulle differenze culturali. Non erano le ideologie che avrebbero diviso il mondo, ma le differenze religiose e culturali. «È necessario - diceva Iannuzzi già negli anni '70 - riuscire a vivere insieme a chi ha tradizioni differenti dalle nostre, religioni differenti. Non solo perché è giusto, ma perché non abbiamo scelta».

Aveva capito che il fanatismo religioso-culturale era molto più pericoloso di quello ideologico-politico. Basta ascoltare i notiziari o leggere i giornali di questi giorni, per capire quanto avesse ragione.

Ecco quindi Dan Iannuzzi idealista.

Non a caso fu un altro idealista come lui, Pierre Trudeau, che credette nella sua idea di "mandare in onda" il multiculturalismo creando una stazione televisiva, la Cfmt (ora Omni), che doveva essere il simbolo del Canada multiculturale degli anni futuri.

Sempre sensibile alle novità, seguiva con attenzione il rapido sviluppo della tecnologia ed il suo impatto sull'editoria ed il broadcasting. Non a caso con l'internet era riuscito a precedere anche il Corriere della Sera registrando il popolare www.corriere.com.

Ultimamente, sempre consapevole dei grossi cambiamenti tecnologici e culturali, stava lavorando su un altro tipo di broadcasting, proponendo una nuova stazione televisiva canadese che, contrariamente alla prima, sarebbe dovuta essere non solo multilingue, ma anche genuinamente multiculturale. Lui è partito, ma l'idea rimane.

Una politica, quella di Iannuzzi, che si basava su un principio molto semplice: mettere insieme idee, persone e culture, un agglomerato comunque che non era assimilazione, bensì integrazione. Il motto del giornale "Proudly Canadian, Fiercly Canadian", racchiude meglio di qualsiasi altro discorso la sua filosofia culturale, politica e soprattutto di vita.

Canadese di terza generazione, aveva mantenuto più di tanti altri la cultura dei suoi antenati. Si sentiva canadese francofono perché era nato a Montréal, si sentiva canadese anglofono perché aveva vissuto a Toronto. Ma siccome Dan Iannuzzi non amava lasciare conti in sospeso, ho il sospetto che sia andato di proposito a morire a Roma per legittimare la sua italianità che sentiva profondamente.

E così il suo ultimo viaggio sarà su un volo dell'Alitalia Roma-Toronto, one way. Come tanti emigrati per i quali si era battuto ed aveva dato il meglio di se stesso. Grazie Dan.

 

Un pioniere anche nello sport

 Di Nicola Sparano

Quando era incazzato fischiettava. Se arrivava a canticchiare era il momento di mettersi l'elmetto e sperare che l'uragano passasse presto. Dan Iannuzzi si arrabbiava di rado, soltanto quando qualcuno dopo aver detto "ho capito" si comportava come se non avesse capito proprio nulla.Tutti dicono che il mio boss era un visionario, un uomo cioè che intuiva molte cose prima degli altri, che sapeva oggi dove sarebbe andato il mondo domani. Io concordo, in pieno. Perché ho almeno due aneddoti che provano la lungimiranza e l'intuito di quest'uomo, pilastro della comunità che ha vissuto veramente da Fieramente Canadese.

Quando nel 1986 mi assunse a tempo pieno al giornale, la sezione sportiva dell'allora bisettimale copriva soltanto gli eventi locali, soprattutto il calcio-soccer che allora stava vivendo, con l'Italia, la Roma, Toronto City, Montreal Concordia, Croatia eccetera, il suo momento di massimo fulgore. Per il calcio italiano il Corriere Canadese di allora dipendeva da un inserto del lunedì che il tempo di Roma inviava via aereo il martedì. Il volo, per una ragione o per un'altra, non arriva mai in orario utile per la pubblicazione. Quindi capitava spesso che il Corriere uscisse il mercoledì senza una riga su come erano andate le cose in Serie A. Io feci presente che bisognava fare qualcosa. Lui mi guardò attentamente assumendo quell'atteggiamento - petto e mascella in fuori - che aveva quando alla prese con un problema da risolvere. Detto e fatto, la soluzione arrivò sotto forma di una radio ad onde corte, con la quale era possibile captare dall'etere la voce delll'allora calcio Minuto per Minuto. Ma anche questo sistema non dava garanzie, perché bastava qualche perturbazione atmosferica e addio radiocronache. La seconda soluzione, quella definitiva, fu di nuovo opera sua.

Il boss stabilì un contatto, sempre al Tempo, e un giornalista ci raccontava via telefono come erano andate le cose in A, B e C. Tutto per telefono, per almeno un'ora e mezza. Allora una telefonata interurbana costava quando il mortgage di una casa. Ebbi il timore che la spesa fosse eccessiva ed esternai a mister Iannuzzi i miei timori. «Vai avanti - mi disse senza battere ciglio -. Sono soldi ben spesi. Il calcio sarà il Cavallo di battaglia sportivo del nostro giornale».

Oltre al calcio intuì l'importanza delle trasmissioni in diretta a circuito chiuso. Il quattro marzo del 1968 Nino benvenuti combatte' con Emil Griffith per la corona mondiale dei pesi medi. Il match si faceva a New York. Nino Benvenuti era, allora, l'Italia che vinceva. Dan Iannuzzi organizzò la trasmissione in diretta di quel match, la prima nella storia qui a Toronto. Mai nessuno aveva avuto l'idea di portare, a circuito chiuso, avvenimenti che non interessavano le emittenti locali, ma che facevano gola ai canadesi d'adozione.

Quel match fu un successone e creò le basi per un filone di altri lucrosi incontri che un impresario ebreo portò al Gardens negli anni a venire. Il Gardens, grazie all'intuizione di Iannuzzi, divenne negli anni 70 la "casa" della boxe e del calcio. Nel 1978 si trasmisero al Gardens i mondiali di Argentina. Il successo di pubblico fu talmente tale che quattro anni dopo vedemmo i mondiali di Spagna nei nostri salotti, trasmessi dall'emittente "normale", la Cbc.

E dunque, nel palmares ideale del mio boss, nella sua bacheca dei trionfi, ci deve essere anche un angolo riservato all'intuizione del circuito chiuso. E della radio ad onde corte.

 

Cordoglio unanime per Dan

Di Francesco Riondino

Entrare al Corriere ieri non era come tutti i giorni. Con i colleghi cercavi di evitare lo sguardo, al massimo un sorriso sapendo che le parole sarebbero state di circostanza. Ognuno di noi aveva un suo rapporto personale con "il Presidente" e a ognuno mancherà in maniera differente.

Un rapporto personale sembrano averlo avuto anche le decine e decine di lettori che ieri hanno mandato fax, email hanno telefonato o sono venuti direttamente nella sede del Corriere. E come lettori, una volta tanto, accumuniamo tutti: quelli famosi e quelli meno conosciuti, ma che per anni sono stati i sostenitori del Corriere come delle tante altre idee di Dan Iannuzzi.

Tra i primi ad arrivare il sindaco di Vaughan Michael Di Biase che, cosa che non accade molto spesso, ha visitato la nostra redazione per portare a Iannuzzi il saluto della sua città, che poi, forse, è anche un po' la nostra.

Dan Innuzzi farà nei prossimi giorni la sua ultima traversata dell'Atlantico, ancora non sappiamo con esattezza quando arriverà a Toronto, i funerali sono comunque stati fissati per sabato 27 novembre alle ore 10 presso la chiesa di Holy Angels (61 Jutland Road - Etobicoke). Per lui niente fiori, ha chiesto invece che vengano fatte della donazioni all'Hospital for Sick Children o alla Children's Wish Foundation, perché lui i bambini li ha sempre amati.

Iannuzzi gioiva nell'essere personaggio pubblico, nel fare sentire la sua opinione, ma spesso e volentieri le azioni che faceva a favore della comunità (quella canadese) preferiva farle in privato.

Si è sempre parlato di lui come un "personaggio" del mondo della comunicazione, oggi scopriamo (vedi articolo di Nicola Sparano a pag. 3) che lo era stato anche nello sport, ma non dobbiamo scordarci che, insieme ad amici, rivali, colleghi o concorrenti è stato fra coloro che hanno dato vita alla Camera di Commercio Italiana di Toronto, alla Canadian Italian Benevolant Corporation (oggi Villa Charities) e così via sempre impegnato in prima linea.

Dan Iannuzzi è stato ricordato ieri sia al Parlamento federale che a Queen's Park con interventi di vari ministri e deputati sia della maggioranza che dell'opposizione a dimostrare la stima che si era guadagnato in tutto il Canada.

 

Il grande affabulatore

Di Paola Bernardini

Gli piacevano le barzellette su Berlusconi, ma più di tutto gli piaceva ridere. Il giorno dopo la sua morte un lettore mi ha lasciato un messaggio nella segreteria telefonica. Con la voce rotta dal pianto mi ha detto: «Ho conosciuto Dan al bar, stava prendendo un caffè. Era un grande uomo che aveva sempre una parola per tutti. Tra una frase e l'altra mi ha raccontato una barzelletta ed era come se ci conoscessimo da una vita». Questo era Dan Iannuzzi, un uomo che regalava sorrisi a chiunque, un affabulatore affascinante che si fermava a parlare con i lettori del suo giornale e che cedeva ad ogni loro richiesta.

«Noi siamo la loro voce», mi diceva quando mi passava una notizia della comunità da mettere in pagina e io lo guardavo disarmata perché non c'era più spazio con la marea di notizie che arrivavano da tutto il mondo. Per lui non c'erano notizie più importanti della "sua" comunità, neppure quando si trovava nel corso di un meeting importante. Se vedeva attraverso il vetro del boardroom un vecchio abbonato del Corriere Canadese, sospendeva tutti i discorsi, si alzava e andava a stringergli la mano. Ci scambiava quattro chiacchiere e poi tornava a sedersi per discutere di bilanci. Niente aveva più valore dei suoi lettori.

La comunità italiana lo aveva capito, nonostante che molti gli remassero contro, cercando in tutti i modi di ostacolarlo. Ma anche quando è stato in difficoltà Dan ha sempre guardato ai suoi "nemici" dritto negli occhi prima di spiazzarli con una battuta e un sorriso accattivante. La cordialità e soprattutto un gran senso dell'umorismo che non ha mai perso neppure nei momenti più bui erano le sue armi per vincere le battaglie.
Alla "sua" comunità, prima di andarsene, ha regalato anche una Radio che sognava di far crescere. Quando ha organizzato il concorso per i 50 anni del "Corriere Canadese" ha preso lui stesso il microfono di Ciao Radio Corriere e ha annunciato i nomi dei suoi lettori-vincitori, per congratularsi ma soprattutto per ringraziarli.

Il Dan che ho conosciuto e che mi piace ricordare era un po' pazzo, nel senso buono della parola ovviamente: pur di raggiungere i suoi obiettivi faceva a volte prevalere l'incoscienza, ma rischiava sempre sulla propria pelle. Mi raccontava spesso dei suoi primi passi nell'editoria, quando per pagarsi i debiti del giornale che aveva fatto nascere e per risparmiare sulle spese andava in tipografia e componeva lui stesso, con le lettere di piombo, gli articoli da mandare in stampa. «Mi sono improvvisato tipografo e editore». Così ha vinto la paura e ha dato maturità all'incoscienza. Così ha vinto la sua scommessa: con un sogno che ancora oggi, dopo 50 anni, è realtà.

Anche lui come Peter Pan, avventuroso e follemente innamorato della vita, ha rischiato sempre per non perdere d'occhio il suo obiettivo: dare una voce alla comunità italiana. Il Corriere Canadese è il suo sogno vivente. Poi il sogno si è plasmato sul multiculturalismo e sono arrivate le nuove avventure: il "Correo Canadiense", i "Town Crier", "Nove Ilhas".

Non amava stare ai margini, e lo ha dimostrato. Ma anche se c'era una piccola dose di narcisismo nei suoi comportamenti, non ha mai suonato la grancassa per imporsi. Non lo ha mai fatto pur avendo tra le mani un gruppo editoriale-multiculturale senza precendenti in Canada. La sua metafora della vita erano i ricordi, che puntualmente riaffioravano quando si presentava ai suoi dipendenti riuniti ai pranzi di Natale. Parlava di sé, dei suoi genitori a Montréal, dei suoi figli, e come in un puzzle li metteva assieme ai suoi dipendenti e ai suoi lettori.

Sapeva capire le persone, spesso scommetteva su di loro fidandosi solo del suo istinto e senza ascoltare nessuno. «Lo so che ti senti come in apnea e vorresti andartene ora», mi disse un giorno d'inverno di qualche anno fa, in un momento in cui la mia volontà di restare in Canada vacillava. E mi mise sul tavolo la foto di un cane triste. Era la prima volta che veniva al mio desk. Non sapeva nulla di me, ma mi aveva capita al volo. Forse è anche per colpa sua che sono ancora qui.

 

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